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Intervista a Michel Valensi e Patricia Farazzi (Editions de l’éclat)

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Archivio Giorgio Colli - Firenze - Galleria immagini

In occasione della pubblicazione delle ultime opere di Giorgio Colli edite in Francia nell'edizione tascabile (L’éclat/poche) abbiamo intervistato Michel Valensi e Patricia Farazzi che dagli inizi della loro avventura editoriale, cominciata 40 anni fa, hanno dato un largo spazio al pensiero di Giorgio Colli nelle collezioni Editions de l'éclat.

 


 


- Com'è nata l'idea di tradurre in francese Giorgio Colli? Filosofo controverso e 'inattuale', per molto tempo relegato ai margini da una certa filosofia accademica italiana e quasi sconosciuto all'estero, al di là della monumentale impresa editoriale delle opere di Friedrich Nietzsche. Immagino che la prima volta che tu e Patricia abbiate sentito il nome di Colli fosse legato al nome di Nietzsche. Ci raccontate come è iniziato il vostro interesse per Giorgio Colli?

MICHEL VALENSI: La prima volta che ho sentito parlare di Giorgio Colli è stato nella Libreria italiana di Parigi, La Tour de Babel. La casa editrice era appena nata. Eravamo alla fine dell’85. Il libraio di allora, Fortunato Tramuta, mi aveva segnalato una ristampa del Dopo Nietzsche apparso in una collezione tascabile da Bompiani. L'editore, “mentitore sempre”, aveva aggiunto un sottotitolo, a fini ovviamente commerciali: “Come si diventa filosofo”. L’idea non era certo di ‘diventare filosofo’, tutto al più ‘editore di filosofia’, ma la lettura del libro è stata uno shock. Non so se, leggendolo, si 'diventa’ qualcosa, ma in questo libro si trova l'approccio più onesto dell'opera di Nietzsche, in uno stile vicino alla scrittura di Nietzsche, ma che non è mai mimetico, ed è questo ‘contatto’ con Nietzsche e ‘distanza’ da Nietzsche che definisce l’approccio di Colli, che è anche tutta la sua filosofia. Il titolo del libro da il senso. Siamo decisamente 'dopo' Nietzsche, perché bisogna, leggendolo e, nel caso di Colli, farne l’edizione, andare oltre Nietzsche. Non fermarsi alle interpretazioni, non fermarsi ai pettegolezzi. Tenersi al testo e che sia “quello che veramente ha scritto Nietzsche”, come ha scritto Montinari. Fu il primo libro tradotto nel 1987, da un amico di Patricia Farazzi, ritrovato per caso, Pascale Gabellone, e che poi tradurrà, insieme alla sua compagna, Myriam Lorimy, anche il secondo volume della Sapienza greca.

PATRICIA FARAZZI: Per quanto mi riguarda, è attraverso il volume dedicato a Eraclito nella Sapienza greca, che ho scoperto Colli. All'inizio di questa avventura editoriale non ero traduttrice e non ho partecipato alla traduzione di Filosofia dell'espressione, né ai primi due volumi della Sapienza greca. Quanto a Nietzsche, a quel tempo, non avendo letto le prefazioni di Colli e i testi di Montinari, era per me, come per molti della mia generazione in Francia, una fonte d'ispirazione per il nazismo. Poi ‘venne Colli’, se oso dire, e, con lui, la luce. Nella mia adolescenza è con Eraclito che ho scoperto la filosofia o più esattamente la sapienza, e soprattutto un modo folgorante di esprimere questa saggezza. Quando ho letto i frammenti nella traduzione di Colli sono stata meravigliata dalla precisione e dall'intuizione che lo avevano guidato. Nessuno prima di lui aveva dato al saggio efesino una tale acutezza. Il logos eracliteo diventa ‘espressione’, synapsis diventa ‘contatto’, e facendo queste scelte di traduzione, dà a Eraclito una portata e un'importanza inedite. È con questo volume che ho iniziato a leggere l'opera di Colli. Ma è certo che più di un testo da tradurre, ho trovato un universo intero, una paideia vera e propria, e sufficientemente solida ed inedita, anche nel suo classicismo, per permettere a quanti vi si confrontano di non considerare mai Colli come un «maestro», o allora un maestro della maieutica, che ci ha dato in Dopo Nietzsche un avvertimento benefico: “scegliere in tempo i suoi maestri (il fiuto dev’essere innato) – purché siano pochi. Stringerli, spremerli, sviscerarli, tormentarli, sminuzzarli e rimetterli assieme, senza subire la lusinga della polimatia.” Quale filosofo oggi oserebbe dare tale perentorio suggerimento? Nella Filosofia della distanza [edizione tematica tratta da “La ragione errabonda”, n.d.r.] c'è una frase di Colli che mi accompagna da più di 30 anni e che diventa sempre più giusta e anche allarmante, quella in cui parla del “ciclone utilitarista, finalista, quantitativo”.

Giornata di studio, Firenze 1991 Fotografia scattata durante una giornata di studio dedicata a Giorgio Colli presso l'Istituto Culturale Francese di Firenze. Partecipanti: Jean-Pierre Vernant, Yves Hersant, Massimo Cacciari, Sandro Barbera e Michel Valensi. Nella fotografia, da sinistra, Jean-Pierre Vernant, Patricia Farazzi, Michel Valensi. Alle loro spalle: Chiara Colli-Staude ed Enrico Colli

Foto: Giornata di studio, Istituto Culturale Francese di Firenze, 1991. Partecipanti: Jean-Pierre Vernant (a sinistra nella fotografia), Yves Hersant, Massimo Cacciari, Sandro Barbera e Michel Valensi (a destra nella foto). Al centro: Patricia Farazzi. In fondo: Chiara Colli-Staude ed Enrico Colli. 

- Alla riscoperta del pensiero di Giorgio Colli hanno dato un apporto fondamentale i figli del filosofo, Enrico e Marco (quest'ultimo regista cinematografico e sceneggiatore radiofonico). In particolare Enrico ha riedito libri che erano ormai diventati introvabili e pubblicato i più significativi scritti inediti del padre. Avete un ricordo personale di Enrico, editore sui generis?

PATRICIA FARAZZI: Ricordo soprattutto la generosità di Enrico, una generosità che non si limitava al materiale, ma si traduceva anche nel suo piacere di parlare e condividere le sue idee durante i lunghi pasti, che si possono chiamare “agapes”, spesso in compagnia della tribù dei Colli, fratelli e sorelle uniti ed eredi ciascuno a modo suo del senso acuto dell'ironia del padre. Tuttavia, dietro questo amore della vita e degli esseri, ho spesso sentito una tristezza, una mancanza. Giorgio era morto troppo giovane. Enrico non solo doveva onorare la sua memoria, essendo il più vicino a ciò che suo padre era stato, un uomo di cultura e un lavoratore accanito, ma anche un «epicureo» che non trascurava nessuno dei piaceri della vita e al tempo stesso portava avanti il suo compito che consisteva nel far vivere l’opera del padre misurandosi con quello che diventerà il volume de La ragione errabonda, dal quale abbiamo, da parte nostra, estratto tre volumi, Filosofia della distanza, Filosofia del contatto, e Nietzsche, che ho tradotto. Questa è stata anche l'occasione di collaborare con Enrico, sempre amichevole e premuroso.

MICHEL VALENSI: In occasione della traduzione del primo volume della Sapienza greca nel 1990, avevamo organizzato un incontro a Parigi, presso l'Istituto italiano di cultura, rue de Varenne. Erano presenti la traduttrice, Marie-José Tramuta, Giuliana Lanata, che aveva conosciuto Colli, Roberto Calasso e Jean-Pierre Vernant. La conferenza di Vernant è stata estremamente commovente. Vernant ha concluso dicendo qualcosa come «questo libro ha cambiato la mia opinione sulle origini della sapienza greca e, per ‘un vieux bonhomme comme moi’ (disse letteralmente), è la cosa migliore che ci si possa aspettare da un libro». Esultavamo! Ma tutte le registrazioni della serata sono state cancellate dal tecnico che ha registrato la serata successiva sullo stesso nastro della serata Colli. Nella sala, in prima fila, c'erano due uomini che ci guardavano con curiosità. Giuliana Lanata si chinò verso di me e mi disse sottovoce: « Sono i figli di Colli». Enrico e Marco avevano fatto il viaggio a Parigi senza avvisare nessuno ed erano venuti ad assistere alla presentazione. Erano presente anche la moglie di Enrico, Sandra, mancata qualche anno dopo, e quella di Marco, Elisabetta. Poi siamo andati a cena con loro al ‘Petit Saint-Benoit’ un ristorante nel quartiere di Saint-Germain des près. Questo è stato il nostro primo incontro con Enrico e Marco, e che sia finito in un ristorante ci ha permesso di apprezzare veramente i figli Colli: abbiamo mangiato, bevuto, parlato, riso parecchio e l'amicizia che si è instaurata quella sera si è rafforzata con altri incontri, come quello all'Istituto francese di Firenze, sempre con Vernant e Calasso, ma anche Yves Hersant e Massimo Cacciari, che fece una conferenza bellissima nella quale parlò di un 'pensare' che è sempre per Colli anche un 'toccare' – quindi un ‘pensare-toccare’ –, ma anche quella volta le registrazioni sono andate perse. Abbiamo incontrato anche tutta la tribù durante un pranzo da Enrico e Sandra dove erano riuniti tutti i figli: Chiara (e suo marito Jacopo), Donato (e Costanza), Camilla, Maria e la figlia di Enrico, Giorgia. C’era anche la moglie di Colli, Anna Maria, che ci raccontò come a Giorgio piaceva ballare e a lei no, e cosi “andava a ballare con donne che ballano”, ci disse con un mezzo sorriso.
Il lavoro con Enrico è stato molto caloroso e lui era molto attento al testo di suo padre, ma anche ai vincoli che erano i nostri come editore in francese. Ha sostenuto, per esempio, presso Adelphi, l'edizione in tre volumi de La ragione errabonda. Quaderni postumi, e che Patricia ha tradotto sotto i titoli: Filosofia della distanza, Filosofia del contatto, e Nietzsche, privilegiando questi tre temi, centrali nell'opera stessa. Aveva anche accolto con entusiasmo l'idea di riunire le 38 poesie sparse nella Ragione errabonda e che, in volume, avrebbero costituito una “opera poetica completa”. Il volume è apparso dopo la sua morte, tradotto da Patricia, e questa edizione gli è dedicata, come è dedicata a un caro e fedele allievo di Colli, che abbiamo conosciuto molto bene e la cui conoscenza ci è stata preziosa: Sandro Barbera, anche lui scomparso troppo presto. Il volume ha per titolo un verso dell'ultima poesia che racconta anche la difficoltà di far leggere Colli, in Francia come altrove: «gli invincibili li si uccidono con il silenzio».

- In vita Colli pubblicò pochissimi libri eppure si occupò di libri per tutta la vita. La sua azione nel panorama editoriale è stata coraggiosa e innovativa: le sue traduzioni ci hanno fatto riscoprire Aristotele, Kant e le origini sapienziali della filosofia; ha ideato nuove collane editoriali; promosso la fondazione di Case editrici (Boringhieri ed Adelphi). Come vedete questo rapporto tra scrittura filosofica e lavoro
editoriale? Ricordo un articolo di Michel di alcuni anni fa intitolato "Il paradosso dell'editore". Ma la questione è veramente "paradossale"? Si tratta di un paradosso 'logico' o piuttosto di un paradosso 'etico' (per dirla con Carlo Sini) di chi ha compreso che la filosofia è sì figlia della scrittura alfabetica (della letteratura avrebbe detto Colli pensando a Platone) ma, nel contempo, Colli intravede nella lettura dei classici anche un ponte per riscoprire la "parola viva" che sta al centro di una comunità filosofica dialogante unita dal legame dell'amicizia. Un 'suo' modo per abitare la domanda filosofica come infinito esercizio di ricerca che mai può cristallizzarsi in un sistema. Come vedete oggi questo rapporto?

PATRICIA FARAZZI: Quello che mi è apparso dalla lettura di Colli, e che afferma lui stesso nella Filosofia della distanza nei confronti di «una comunità filosofica dialogante unita dal legame dell'amicizia», è il riavvicinamento, e per dirlo come Colli, il contatto o i contatti con Carlo Michelstaedter, il filosofo goriziano, morto nel 1910 all'età di 23 anni e che nell'introduzione della sua opera La persuasione e la retorica, che abbiamo anche pubblicato, dice più o meno la stessa cosa parlando di un ‘agathon philia’. Questi due filosofi così diversi, l'uno ebreo e l'altro agnostico, l'uno morto molto giovane prima delle due Guerre mondiali, e l'altro avendole conosciuto entrambe e avendo percorso una vita intera, si uniscono in questa necessità di tornare all'origine della cultura occidentale per liberarla dalla sua scolarizzazione e dai suoi miti. I loro approcci e le loro interpretazioni sono due versanti di una stessa esigenza che si sono imposti. A partire dai loro scritti e se li si affronta in uno spirito di amicizia dialogante, di philia, ognuno avrà la possibilità di capire, di «conoscere», nel senso etimologico del termine, la propria epoca. Quando abbiamo iniziato queste letture, traduzioni, pubblicazioni, pensavamo ancora possibile questa costituzione di una comunità dialogante, oggi che i ‘socials’ si sostituiscono all'amicizia vera, che l’AI pensa, scrive e raccoglie dati privi di immaginazione, al posto degli umani, oggi che non solo l'intelligenza, ma anche la memoria è artificiale, ne resta solo una minuscola luce, eppure si può citare questo frammento di Eraclito 14 (A55): “I confini dell'anima, nel tuo andare, non potrai scoprirli, neppure se percorrerai tutte le strade : cosi profonda è l’espressione che le appartiene.” In un universo senz'anima, la profondità e l'espressione sono inesistenti o, peggio ancora, snaturate. La physis eraclitea, la natura, diventa nella traduzione di Colli la ‘nascita’, il ‘nascimento’. Che ne sarà di un mondo senza «nascimento»?

MICHEL VALENSI: Se si riprende il sottotitolo abusivo dell'edizione Bompiani del Dopo Nietzsche, «come si diventa filosofo», si può dire che questo libro avrebbe potuto essere sottotitolato, «come si diventa editore». In questo volume Colli ci insegna come leggere Nietzsche ma anche come 'dare' a leggere Nietzsche e, in qualche modo, come farne l’edizione e come pubblicare un libro di filosofia. Questo mix tra l'estremo rigore e la grande libertà che era il suo modo di fare. Il paradosso sta soprattutto nel fatto che dichiara una certa sfiducia nei confronti della cosa scritta, ma ci sono pagine in La ragione errabonda che sono vere 'odi' alla scrittura, quando essa non inciampa nella retorica. Facendo l’edizione, non si deve mai perdere di vista quali sono i limiti del risultato finale: nient’altro che un libro. Ma i limiti del libro sono anche quelli da cui si vede oltre, quello che apre alle potenzialità della parola. Della Filosofia dell'espressione Colli ha scritto «è la mia più grande emozione». Cosa c'entra l'emozione in un libro di un’estrema complessità teorica? È probabilmente la lezione quotidiana, per un editore, che questo approccio di Colli faccia emergere l'emozione dalla complessità teoretica. È palpabile solo una volta che si ha il libro davanti agli occhi. Apre la possibilità di penetrare la complessità dello scritto e rimane, al tempo stesso, sulla soglia. È da questa soglia dell'emozione che si percepisce il pensiero che è, come lo disse Cacciari, un pensare-toccare.

- Editions de l'éclat ha meritoriamente tradotto in francese, oltre a Giorgio Colli, diversi filosofi italiani contemporanei e del '900. Che accoglienza hanno avuto i libri di Colli in Francia? Il filosofo torinese rimane un unicum ancora inattuale o, almeno dal punto di vista dei lettori francesi, si può percepire che Colli è entrato nel dibattito filosofico contemporaneo senza i pregiudizi che hanno caratterizzato la sua prima ricezione in Italia?

MICHEL VALENSI: Dal 1985 le edizioni dell’éclat hanno pubblicato: Giorgio Colli, Aldo Gargani, Paolo Virno, Mario Tronti, Nanni Balestrini, Sergio Bettini, Primo Moroni, Rita di Leo, Massimo Cacciari, Carlo Diano, Maurizio Ferraris, Christian Marazzi, Diego Marconi, Carlo Michelstaedter, Mazzino Montinari, Arnaldo Momigliano, Luigi Pareyson, Carlo Vercellone, Alfonso Giuliani, Francesco Brancaccio, Christian Marazzi. Ne faccio un elenco completo e disordinato per dare l'idea del lavoro compiuto. Se Colli ha, certamente, un posto a parte in questo inventario, la sua ‘attualità’ o inattualità alla fine raggiunge quelle di altri autori del catalogo che, nonostante i nostri sforzi, non sono «entrati nel dibattito filosofico
contemporaneo» francese. Difficile capirne le ragioni. Probabilmente riguarda un modo del funzionamento del pensiero francese che privilegia l'effetto piuttosto che il rigore. Bisogna accettare l’idea che Colli, come molti di questi autori italiani che abbiamo pubblicato, non è destinato a un pubblico numeroso. Non per elitarismo, ma perché quello che dice non conviene al grande numero. È uno spostamento cauto, preciso, certamente non clamoroso. I suoi lettori sono come i nostri lettori: clandestini. Non fanno rumore. Nel campo del pensiero siamo oggi in un certo stato di guerra. E, in tale stato di guerra, meglio non farsi vedere e sentire troppo se vuoi che la tua azione abbia qualche risultato. La loro (e nostra) resistenza è clandestina.

- Un'ultima domanda la rivolgerei in particolare a Patricia. Com'è stato tradurre Colli, autore attentissimo al linguaggio, alla scelta di ogni singolo termine? Hai notato differenze sostanziali nella sua scrittura tra il Colli saggista, il Colli poeta e il Colli traduttore dei sapienti greci? Il suo modo di scrivere ti ha ricordato lo stile di altri autori?

PATRICIA FARAZZI: Come ho detto prima, non sono una traduttrice. Traduco alcune opere e autori precisi. Perché la traduzione, particolarmente di filosofia, permette una lettura incomparabilmente privilegiata di un'opera. Sprofondare nel linguaggio di un autore è anche sprofondare nel suo pensiero. C'è un momento incredibile, quello in cui si deve far passare una parola da una lingua ad un'altra dove la parola, facente parte del suo vocabolario filosofico sarà solo raramente usata nello stesso modo di un altro autore, una parola che avrà «lavorato» come un artigiano lavora un materiale e vi impronta la sua firma, questa parola per un brevissimo istante è fuori dalle lingue, si tiene al punto di contatto e a volte ci svela ad un tratto tutto il suo significato. E questo è tanto più forte con Colli che era anche un traduttore e doveva affrontare le stesse difficoltà. Ma il Colli poeta, quello della Sapienza, quello di Filosofia dell'espressione, di Filosofia della distanza o delle prefazioni è ‘uno e lo stesso’. Non gioca ad essere poeta, il filosofo, il sapiente o l’interprete di Nietzsche, è tutto questo insieme, e ogni elemento della sua opera si riversa nell'altro. Il contrappunto della poesia viene a consegnare, con il suo pudore particolare, un po' più dell'anima di un uomo che visse nella sua epoca e nell'antichità con una simile lucidità. E sappiamo quanto la metà del secolo scorso ha avuto bisogno di ritrovare la luce. Non direi che il suo stile si avvicini a quello di Nietzsche, ma si sente nella sua concisione, la sua ironia, il suo fulgore che si è confrontato con questa opera colossale. 

 


Intervista a MICHEL VALENSI e PATRICIA FARAZZI (Editions de l’éclat) di Alberto Melotti Banfi (10 settembre 2025)

> Traduzioni in lingua francese delle opere di Giorgio Colli

> Sitoweb Editions de l'éclat