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Educazione al classicismo

Giorgio Colli

L’articolo è stato pubblicato sul giornale «La Stampa» il giorno martedì 5 novembre 1940 (anno XIX). Il libro recensito apparve presso l’editore Sansoni nel 1940. Il materiale qui trascritto è conservato presso l’Archivio Giorgio Colli – Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Milano (busta 08, fascicolo 017.03).

La trascrizione dell'articolo con il commento di Ludovica Boi è disponibile anche in formato PDF cliccando su "Scheda catalogo". 

Per visualizzare l'articolo nel suo formato originale: "La Stampa. Archivio storico dal 1867".

Scheda catalogo

Educazione al classicismo

È uscito poco tempo fa, presso l’editore Sansoni, «Il libro della letteratura greca», di Ettore Bignone. Un nuovo passo nell’attività dell’illustre ellenista si è così compiuto, ed il più altruistico. È uno dei pochissimi, Ettore Bignone, tra coloro che studiano il classicismo, a considerare il proprio patrimonio di cultura semplicemente come un mezzo ad educare i giovani, ad ispirare loro un amore vero per quegli antichi ideali di vita. La filologia è divenuta ormai  purtroppo una scuola ermetica cui possono accedere pochi specialisti, parlanti un linguaggio astruso, e serventisi di formule inaccessibili ai profani. Ma non si tratta per un vero filologo di esporre dinnanzi a tutti la propria difficile erudizione, o di sapersi librare su astrazioni senza troppo contenuto – occorre avere più anima e meno ambizione. Per un giovane che incominci la sua vita in questi tempi burrascosi è la più grande fortuna imbattersi in un sincero e profondo educatore al classicismo: gli si aprirà così di fronte come un secondo mondo, un orizzonte luminoso rilevante nuove forme di vita bella e nobile. Qualsiasi approfondimento scientifico o filosofico o artistico avente come punto di partenza una struttura spirituale modernistica ha un’utilità educativa infinitamente inferiore alla scoperta del classicismo, del vero e non di quello  convenzionale, che rimane alla superficie dell’anima e non la tocca. Per questo si richiede anzitutto un nobile spirito – in secondo luogo un nobile educatore. Allora, quando queste condizioni si verificano, la visione del mondo di un giovane viene semplicemente raddoppiata in ampiezza. Il Bignone addita la via in questa direzione, che non può naturalmente essere percorsa da un solo individuo, ed abbisogna ancora di sforzi infiniti, perché nasca la futura filologia viva, che possa scoprire nuove profondità nelle figure dei grandi Greci, e nuove bellezze nelle loro opere. «Il libro della letteratura greca» può esser posto degnamente come introduzione a questa fatica dei futuri filologi.

La vitalità del libro poi e le sue possibilità educative dipendono molto dal modo con il quale venne costruito e dalla disposizione in esso della materia. Qui il Bignone è stato guidato dalla sua lunga esperienza didattica; egli sa che i giovani si ribellano di fronte al consueto opprimente insegnamento scolastico e sono portati per contro all’entusiasmo, quando si trovano dinnanzi ad una poesia sconosciuta, esposta in modo vivo. Egli stesso, come dice nella premessa al libro, aveva sperato di imparare a questo modo, nei primi anni del suo avvicinarsi alla grecità, ed era rimasto deluso. Il Bignone  abolisce anzitutto gli elementi pedanteschi, che abbondano solitamente nelle storie della letteratura classica – niente particolari minuziosi sugli scritti dei vari autori, enumerazioni dei versi e dei capitoli composti, niente congerie di date inutili di nascita, di cacciata in esilio e simili, da far entrare per forza nel capo dei poveri studenti. Parlando di un poeta, di un oratore, o di uno storico, egli mira soprattutto a coglierne ed a parteciparne l’individualità viva, tende cioè, per il carattere dell’opera, ad una sintesi, e gli bastano poche pagine per dire quello che occorre. Neppure gli sembrano necessari i faticosi e pedestri sunti delle opere di un autore, cui si ricorre di solito, e che hanno l’unico risultato di farle apparire noiosissime, togliendo di conseguenza qualsiasi impulso a leggerle direttamente: quando egli crede opportuno di comunicare il contenuto di un’ode o di una tragedia somma, lo fa con entusiasmo avvincente, e la sua esposizione per lo più raggiunge sovente un altro scopo, di far conoscere ed amare la meravigliosa mitologia greca, oggetto centrale e sempre presente di ogni  poesia ellenica. Altro merito,  già accennato, del Bignone è di essere informatissimo su ogni questione  critica  senza  lasciarlo  apparire. Un  non competente difficilmente può capire che sotto alle sue chiare parole si nascondono tanti sforzi di molti illustri filologi; la famosa ed intricatissima “questione omerica” è posta qui in tanto limpida luce da far apparire semplici e naturali le diverse soluzioni possibili. Con tutto ciò il Bignone non si riduce certo ad un eclettico elegante: basta per convincersi leggere le vivide interpretazioni personali di Pindaro, dei tragici o di Tucidide, oppure l’appassionata rivendicazione di opere minori, come ad esempio dell’anonimo «Trattato del Sublime», pagine che hanno tanto più merito quando si tenga conto della inevitabile brevità cui deve sottomettersi lo scrittore e del carattere di larga accessibilità che l’opera si propone.

Un’altra notevole qualità possiede poi ancora «Il libro della letteratura greca» – ed è forse il suo pregio maggiore, che lo distingue da ogni studio di questo genere – la larga parte che ottengono in esso le traduzioni di brani scelti. Non che manchino anche nelle solite storie letterarie, in coda ad ogni capitolo, le cosiddette “letture” – ma la cosa è ben diversa, trattandosi di un insieme raffazzonato di traduzioni ottocentesche, di scrittori diversi, antiquati e di scarsi pregi artistici, che non spingono certo gli studenti alla lettura, ed ancora meno gli insegnanti a farli studiare. Il Bignone invece ha compiuto da solo un complesso grandioso di traduzioni, che hanno richiesto senza dubbio una somma di lavoro difficilmente valutabile da un profano, e che posseggono, ciò che più importa, un’indubbia importanza artistica ed educativa. La scelta è ottima – negli artisti puri, lirici e tragici, i quali più che discussi e criticati debbono essere letti, lo spazio concesso alla parte antologica sovrasta nettamente quello dedicato alla critica. Lo stile è fluente, di una ricchezza misurata, ed immaginoso, è un tentativo altamente pregevole di raggiungere l’inimitabile apollineità ellenica.

Giorgio Colli

* * * 

COMMENTO DI LUDOVICA BOI

La recensione che Giorgio Colli, all’età di 23 anni, dedica al Libro della letteratura greca di Ettore Bignone è un’attestazione di profonda stima e, al contempo, una personale dichiarazione di intenti. Dell’ambizione erudita, dell’altezzosa concettosità nella quale i classicisti spesso si rinserrano – scrive Colli – nel libro recensito non v’è traccia. E questo di certo non per mancanza di cultura da parte dell’autore. Tutto il contrario. Una vera educazione al classicismo non si realizza, infatti, per il tramite dell’erudizione, ma piuttosto animando nei giovani scolari – il libro recensito nasce come manuale per le scuole – la passione per la conoscenza, la curiosità delle vicende personali e universali testimoniate nella letteratura greca. È così che l’antichista, o, per meglio dire, il vero filologo, compie il suo passo «più altruistico».
Dimostrare, nei libri che si scrivono, «più anima e meno ambizione»: è ciò che Bignone, a detta di Colli, ha compiuto dando alle stampe un manuale che lascia parlare i testi, evitando un’eccessiva rielaborazione critica, che celerebbe anziché illuminare la forza di certe poesie arcaiche. Ed è questo anche il programma che Colli, sulla scorta di Bignone, vuole mettere in pratica nel 1940. Si pensi, ad esempio, alle quasi contemporanee riflessioni sulla figura paradigmatica del filologo, che scopre l’unica essenza al cuore delle molteplici manifestazioni fenomeniche, poiché rintraccia la pulsante interiorità sotto la scorza delle astrazioni storicizzanti, ovvero rinviene la parola concreta, il gesto vibrante al di là dell’aspetto cristallizzato di ciò che è scritto. Il filologo di cui Colli parla in Apollineo e dionisiaco va in cerca di una diversa angolatura da cui inquadrare i testi antichi, non quella segnata dalla fredda luce lunare della ragione, ma l’altra, dove domina la luce calda e solare dell’intuizione. Il suo studio ha per oggetto la viva voce dell’interiorità, l’intimo scotimento emozionale e non – come sa bene Bignone – delle «congerie di date inutili di nascita, di cacciata in esilio e simili». Diventa in questo modo evidente che dietro il modello del vero filologo, per il giovane Colli, si nasconde anche Ettore Bignone. Si ricordino, ora, le imprese editoriali che Colli realizzerà in prima persona soltanto pochi anni dopo l’articolo, a partire dal 1943, nelle case editrici Einaudi e Boringhieri: l’Enciclopedia di autori classici intende emulare, di fatto, i meriti rilevati nel lavoro di Bignone. I punti di forza del Libro della letteratura greca sono, infatti, gli stessi che distingueranno, negli anni Cinquanta, le collane editoriali dirette da Colli. Brevi introduzioni, apparati critici non troppo carichi di nozioni: sarà la strada per proporre, a un pubblico non necessariamente specializzato, opere di Hölderlin o di Paracelso, di Goethe o di Newton. È, ancora una volta, dimostrare «più anima e meno ambizione».
Letta in questi termini, la recensione del 1940, che è stata rielaborata, corretta, ‘sofferta’, prima di trovare la forma definitiva – data, evidentemente, la sua importanza, il suo peso specifico, e come testimoniano le diverse stesure conservate in archivio – è, quindi, un prezioso anello di congiunzione tra la giovanile teoria del “filologo”, esposta nella Einleitung a Ellenismo e oltre, e il successivo programma culturale del Colli editore dei classici. Trapela, inoltre, nel riconoscimento del pregio, e ancor prima della necessità, delle nuove traduzioni proposte da Bignone, che non si limita a riutilizzare le vecchie versioni ottocentesche, forse già il Colli della Sapienza greca, che osa sfrondare la corona di Diels e Kranz per fornire al suo lettore delle innovative traduzioni di testimonianze e frammenti dei Presocratici, o dei “sapienti”.
Dunque, si decide oggi di ripubblicare la recensione del ’40 per cominciare a riflettere sul rapporto intellettuale tra Colli e Bignone, due classicisti che hanno colto l’enigmatico sguardo delle statue greche arcaiche, privo di pupille, minaccioso e affascinante, e si sono lasciati guardare da esso, ancor prima di ridurlo ad astrazioni e concetti.

Ludovica Boi

Archivio Giorgio Colli, Firenze.

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