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Prima del concetto. Barlumi di interiorità presocratica

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rec. a Natura ama nascondersi
TitelPrima del concetto. Barlumi di interiorità presocratica
Publikations-ArtArticolo di giornale
Anno di pubblicazione1988
AutoreCavarero, Adriana
GiornaleIl Manifesto
Luogo di pubblicazioneRoma
Data13-10-1988
Vollständiger Text

Prima del concetto
Barlumi di interiorità presocratica

di Adriana Cavarero

I più accreditati manuali di storia della filosofia ci dicono quello che gli specialisti raramente si danno la pena di ammettere o di smentire: ci dicono che la filosofia nasce in Grecia, con Talete, e poi via via si sviluppa in una progressione storica che è anche un progresso. Naturalmente, con impennate, novità e deviazioni, ma sempre avanti, in un inarrestabile concrescere su se stessa. Hegel ha le sue colpe, ma Aristotele non è certo fra i più innocenti. Aristotele appunto, che narrò dei sapienti vissuti prima di lui funzionalizzandoli a predecessori, non sempre del tutto degni e perspicaci, del suo pensiero.

Così una delle tentazioni della filosofia, in questo suo variegato eppur compatto destino, è quella di scovare un pensiero assolutamente eterogeneo al suo consolidato statuto: non una semplice deviazione ma una costitutiva alterità, magari un tempo accaduta e poi occultata, oppure straordinariamente possibile. Nietzsche (e poi Heidegger) ha scommesso sull'occultamento, collocandolo all'origine, in quella Grecia dei tragici e dei Presocratici sulla quale Aristotele mise in opera il suo risucchio sistematico. Quale valenza abbia avuto questa scommessa come critica del razionalismo e della storia (ma non solo) d'Occidente, è ben noto. Ma al di là di questi risultati, è forse più attanagliante Il fascino di quell'origine tradita, non tanto per spirito archeologico, quanto per il desiderio di ciò che nell'origine si vuole andare a trovare: sembra, appunto, l'alterità stessa, per di più nominata come il vero. Ma quale, e messa in gioco fino che punto nell'essere stesso dell'indagante?

Pertanto chi, forse ancora adolescente, ha oscillato fra lo sconcerto e la noia, apprendendo dai manuali come i filosofi abbiano anellato l'una nell'altra le più diverse tesi sull'universo, pur andando «ordinatamente», e ciascuna suo modo, a confluire nello sviluppo progressivo e coerente di una disciplina chiamata filosofia, legga il libro del compianto Giorgio Colli, La natura ama nascondersi, ristampa adelphiana di un'edizione, in tiratura limitata, del 1948. Il libro, che si rivolge soprattutto agli specialisti del pensiero greco, affronta appunto un'ermeneutica epocale che va ben al di là del recinto filologico grecista, poiché narra, per ispirazione nietzschiana, di quella «svolta» cruciale avvenuta presso i greci (e, per la precisione, in Platone) che è ancor gravida di conseguenze per noi, quelle conseguenze sulle quali appunto i manuali di filosofia intessono tuttora la loro storia, per la nostra noia e il nostro sempre più flebile sconcerto.

L'ispirazione è dunque Nietzsche, filosofo al quale Colli ha riservato studi ben noti e alla cui memoria il lavoro è esplicitamente dedicato. Quindi la grecità dell'apollineo e del dionisiaco, ma soprattutto il recupero, in guisa di salvazione, di quel pensiero presocratico la cui verità - prima tradita dall'anima di Platone in splendida e infinitamente triste decadenza, e poi occultata dalla violenza interpretativa di Aristotele (che quell'anima neppure più possiede) - sfugge a «quasi tutta la critica moderna, che interpreta i Presocratici secondo quanto crede di capire da Aristotele».

Ma non è in questione una semplice querelle storiografica per addetti ai lavori, bensì appunto lo svelamento della ferita antica dalla quale si origina, in gigantesca e grave sutura, il razionalismo d'Occidente: la filosofia stessa, come sistema astratto, unitario e finalistico del mondo, che abbandona e perde «Il segreto più profondo della vita».

Così, con acutezza filologica che non teme ardimenti, Colli tenta di strappare alle monche parole dei Presocratici quel segreto: uno strappare tenace e tuttavia lieve, che è piuttosto un far risuonare l'affinità fra l’interiorità dell'interprete moderno e quella cui danno espressione gli antichi sapienti. Con l’interiorità siamo in effetti alla presenza di una categoria cruciale che sembra potersi sottrarre al destino storico per rispondere, seppur flebile e disturbata, all'eco dell'antica parola. Essa è la dimora umana della verità, il pulsare profondo del vero: l'intimità individuale, assolutamente prossima alla vita, rispetto alla quale sono apparenza, occultante e inadeguata apparenza, anche le parole in cui l'interiorità stessa si esprime.

Il segreto del Presocratici è appunto questo: l'essersi tenuti fermi all'interiorità, l'aver saputo guardare in essa riconoscendola come radice di se stessi e, parimenti, di tutte le cose. Cose lasciate pertanto nella loro radicale e pullulante molteplicità, sottraentesi a ogni disegno finalistico e a ogni unificazione: libere dunque dallo spirito sistematico e classificatorio che Aristotele accollerà al mondo.

L'esperienza di tale interiorità, nominata come tymos, appartiene del resto al popolo greco come tale, e solo alla fine rivive trasfigurata nei filosofi presocratici. Essa, segnata dalla tormentosa insufficienza dell'espressione, della parola stessa che è segno dell'insopprimibile necessità dell'apparenza, diventa, per i Greci tutti, ebbrezza metafisica che spinge le donne e gli uomini in diversa direzione: le donne nell'orgia dionisiaca, verso l'unità mistica della confluenza in un mare esaltato di furore (cosicché la donna «esce per un breve giorno dalla sua oscurità»); gli uomini verso la tragedia, «questa esperienza mistica virile che salva il popolo greco dal naufragio nel proprio tormento interiore» e consente lo splendore salvifico degli eletti, appunto i Presocratici, protagonisti di «questo supremo giorno dell'umanità» presto tradito.

Così virile è la salvazione, come virile sarà di lì a poco il tradimento e la sua bimillenaria perpetrata vicenda. L'origine perduta, lo splendore dell'assolutamente eterogeneo, l'altro dal destino d'Occidente hanno il medesimo segno maschile impresso nella verità come un marchio inindagato.

In questa prima «epoca di uomini forti», il filosofo presocratico è il forte per eccellenza: egli conosce la realtà come pluralità irriducibile di essenze interiori che stanno in un congiungimento lontano dall'apparenza; e con un'apparenza, ormai totalmente dominata, come Eraclito gioca. Egli, distaccato in una sfera eterogenea a ogni espressione, superiore all'affanno mondano, autosufficiente e senza desiderio, come Parmenide «sa molte cose ma non soffre della malattia di dire tutta la verità». Poiché il dire appunto non è che contesa sui nomi, forme caduche dell'apparenza, mentre, al contrario, la verità non chiede di essere detta, se non in un gioco che dimostri l'illusorietà della sua stessa espressione, e con ciò l'inadeguatezza del dire rispetto all'inesprimibile trascendenza interiore che il sapiente esperisce.

Cadenzandosi su una prosa nietzschiana suggestiva e forte, Colli così ci trasporta senza noia alcuna, benché con perplesso stupore filologico, da Parmenide a Eraclito ed Empedocle, per approdare a Platone, solitario eroe di un mondo che si spegne, soglia sofferta dell'ultimo splendore e del primo definitivo tradimento.

Platone è infatti la figura emblematica della fine dell'inizio e dell'inizio della fine: all'imperante razionalismo attico vive la solitudine dell'ultima esperienza dionisiaca epperò cede all'ambiente consegnando al destino occidentale il primo sistema, la prima costruzione piramidale finalisticamente ordinata. La svolta epocale che Platone rappresenta è così una svolta che in Platone si consuma, lacerandone intimamente l'opera nella tensione fra il polo presocratico e quello sistematico, infine inesorabilmente vincente.

La stessa celebre dottrina delle idee è attraversata da questa tensione. Abbiamo così una fase giovanile erotica nella quale le idee sono definite come una molteplicità di essenze «separate, esse stesse per se stesse», e segnate, in quanto intimi centri desideranti, dalla disumana brama a un inappagabile congiungimento: realtà delle idee che il filosofo conosce nell'interiorità della sua anima, a esse affine per separatezza e brama. Ne danno testimonianza alcune pagine del Fedone, del Fedro e del Simposio, miracolo di equilibrio «unico nella storia dello spirito».

Ma, dopo il Simposio, Il destino della filosofia è suggellato: Platone si rassegna all'educazione e alla politica, cede agli affanni del mondo dell'apparenza e, pietrificando l'eros in una apollineità astratta, fa delle idee un sistema di valori. L'etica irrompe nella metafisica e il finalismo spinge il pensiero verso gli «schemi fatali» che sviliranno la volgare filosofia d'Occidente. Volgarità suprema, appunto, la politica, la più mondana delle scienze, che entra a far parte del bagaglio della filosofia chiedendole fondamenti e giustificazioni. La ieraticità altera, eppure serenamente potente, dei primi filosofi diventerà presto pantomima di miserelli nel corridoio dei principi.
The rest is silence: con questa citazione d'effetto Colli chiude il libro. Chi legge - e perciò, inevitabilmente e maledettamente, ama Platone - non può che essere d'accordo. E il Platone letto da Colli, si consenta o meno alla sua chiave interpretativa, è amabile davvero.

 

Giorgio Colli, La Natura ama nascondersi, Adelphi

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A. Savinio, Natura ama nascondersi (jpg)459.86 KB
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