La scorsa estate il Corriere Torino ha intervistato Giulia Boringhieri ed Anna Foà per la rubrica «Era mio padre».
La scorsa estate il Corriere Torino ha intervistato per la rubrica «Era mio padre» le figlie di Luciano Foà e Paolo Boringhieri.
Le vite di questi due editori hanno in comune uno stretto rapporto di fiducia e di amicizia con Giorgio Colli, un rapporto che sarà alla base della realizzazione di straordinarie imprese editoriali.
La fondazione stessa della Boringhieri Editore, e di Adelphi poi, si è avvalsa dell'appoggio di Colli. Paolo Boringhieri, ad esempio, investì l'amico Colli della progettazione di nuove collane che ridefinissero quel rapporto profondo, ma in Italia assai contrastato, tra pensiero scientifico e umanistico. Le nuove collane «Classici della scienza» e «Enciclopedia di autori classici [2]» ne sono un esempio eloquente. Ma la collaborazione in questa nuova impresa editoriale - sentita come “comune” - si allargava a tutti gli aspetti tecnico-editoriali della casa editrice: dalla ricerca dei migliori stampatori, ai preventivi, alla revisione delle bozze, e perfino alla grafica del marchio della nuova casa editrice. In una lettera di Colli a Boringhieri del 25 ottobre 1957 leggiamo: “ti mando le fotografie, con le negative. Sono piuttosto favorevole a fermare qui la nostra scelta” e di seguito vengono meticolosamente vagliate diverse disposizioni grafiche delle iniziali che avrebbero dovuto costituire il marchio della nuova casa editrice.
Il marchio CELUM STELLATUM - che noi tutti oggi conosciamo e apparso per la prima volta in un incunabolo del 1496 di Franchino Gaffurio, Practica Musicae - venne individuato qualche mese più tardi da Paolo Borighieri sfogliando la rivista «Il Contemporaneo» del gennaio 1958 e soppiantò il marchio provvisorio; rimane comunque significativo il fatto che l'esordio della nuova casa editrice venne preparato con grande cura e sintonia tra i due.
Il ruolo di Colli nella nascita di Adelphi fu altrettanto importante e, anche in questo caso, basato su un rapporto di reciproca fiducia e amicizia con l'editore, Luciano Foà. Mettere al centro del nuovo piano editoriale di Adelphi la ricostruzione filologica di tutti gli scritti di Nietzsche sulla base dei manoscritti originali, quindi stabilendo prima di tutto un testo tedesco affidabile, lavoro che avrebbe comportato decenni di investimenti finanziari che fecero desistere anche la Einaudi, non poteva non essere considerato sotto il profilo della ragionevolezza un vero e proprio «azzardo» per una neonata casa editrice. Naturalmente Adelphi deve moltissimo anche alla stretta amicizia tra Luciano Foà e Roberto Bazlen, detto Bobi. La definizione della Biblioteca Adelphi è in buona parte opera di Bazlen. Bazlen, come Colli, ignorava la politica e spingeva per allargare i confini della cultura italiana introducendo autori e nuove idee ancora poco conosciute come la letteratura mitteleuropea. Un progetto ambizioso che riuscì a reggersi prima e a giungere a un grande successo di pubblico poi grazie all'esperienza e alle capacità imprenditoriali di Luciano Foà.
Qui di seguito potete leggere le interviste ad Anna Foà e a Giulia Boringhieri.

Anna Foà non ricorda con esattezza il primo libro che le regalò suo padre. Ci pensa un minuto, poi dice: «Sono cresciuta tra le pagine». Da bambina osservava pile di libri più alte di lei, un patrimonio di carta ereditato prima da suo nonno, poi da suo padre. Nel 1898, Augusto Foà, appena ventunenne, fondò a Torino la prima agenzia letteraria d’italia, la ALI. I suoi uffici, in seguito trasferiti a Milano, rappresentarono per il figlio Luciano Foà l’inizio di una grande storia. Non solo per la gavetta, faticosa quanto necessaria. Soprattutto perché fu in agenzia che incontrò per la prima volta Roberto (Bobi) Bazlen. Futuro amico e collega, intellettuale d’avanguardia, in un giorno fortunato degli anni Trenta si trovava proprio nei paraggi dell’ALI alla ricerca di testi tedeschi. Chiese informazioni a un venditore ambulante di libri, che gli indicò l’insegna dell’agenzia: «Potete trovarli solo lì!». Luciano Foà e Bobi Bazlen si conobbero in quell’occasione. Insieme, nel 1962, fondarono una nuova casa editrice. «Bisogna sempre lasciare la casa dei padri, prima o poi — dice Anna Foà —. Per creare qualcosa di nuovo. Nel caso di mio padre quell’avventura si chiamò Adelphi».
È successo anche a lei? Ha lasciato «la casa dei padri»?
«Direi di sì. Ho lavorato per anni in Adelphi ma nel 2019 ho deciso di creare la mia casa editrice. Si chiama Acquario Libri. Un nome particolare: era stato scartato da mio padre e da Bazlen. Abbiamo deciso di dargli una seconda chance».
Ha fondato la sua casa editrice proprio a Torino. Un ritorno alle origini?
«Sono nata in questa città, dove ho vissuto una parte dell’infanzia. In quel periodo mio padre lavorava per Einaudi, come segretario generale. Penso sia stata l’esperienza torinese a trasformarlo in un vero editore».
Lo osservava al lavoro?
«Quando potevo. Si alzava presto alla mattina, intorno alle 6. Si sedeva alla scrivania e iniziava a tradurre. Poi, intorno alle 9, si dirigeva in via Biancamano, dove restava fino alle 19».
Cosa ricorda di quegli anni?
«La squadra di Einaudi. Giulio Einaudi in primis. Tra il ’51 e il ’61 le nostre famiglie hanno vissuto praticamente sempre insieme tra cene, gite, vacanze a Courmayeur, Dogliani e Bocca di Magra. E poi condividevano molto tempo in ufficio».
In quali occasioni il parere di suo padre fu decisivo?
«Ad esempio, per la pubblicazione di Se questo è un uomo. Era già stato rifiutato dalla casa editrice. Mio padre, però, insistette molto. In una lettera di Primo Levi si legge: “Meno male che è arrivato Foà che mi ha fatto pubblicare con Einaudi”. Mia madre invece contribuì indirettamente alla pubblicazione del Diario di Anna Frank: Giulio Einaudi aveva consegnato la bozza del libro alle mogli dei suoi collaboratori più stretti, per conoscerne le reazioni. Piacque a tutte. Fu pubblicato».
Una squadra affiatata?
«Sì. Anche nella nostra casa torinese, prima in corso Cairoli e poi in corso Stati Uniti, si discuteva di lavoro. In questo genere di situazioni noi bambini restavamo in disparte, ma ogni tanto qualche adulto veniva a farci compagnia. Calvino, ad esempio, ci leggeva Fiabe italiane».
Quale tratto caratterizzava suo padre?
«La precisione e la cura per ogni lavoro, dalle traduzioni al catalogo. Mi ha insegnato che bisogna fare attenzione a ogni minimo dettaglio. Mi ha trasmesso quella capacità di “guardare oltre”. Insomma, mi ha insegnato a fare i libri». Pragmatico o creativo? «Pragmatico, aveva studiato legge. Era il “braccio realizzatore” di Bobi Bazlen, che invece era creazione allo stato puro. Bazlen aveva un occhio particolare per i talenti, era un “liberatore”. Tra lui e mio padre c’era un rapporto allievo-maestro, avevano tredici anni di differenza».
Erano dunque molto diversi?
«Sì, ma complementari. Per questo motivo sono riusciti a creare qualcosa di grande come Adelphi, un progetto che avevano in mente già dal ’37. Nel ’62, anno della fondazione, ebbero anche il sostegno di Roberto Olivetti. Il legame con la famiglia Olivetti esisteva da tempo: mio padre era già stato chiamato da Adriano per le Nuovi Edizioni Ivrea, che voleva rifondare la cultura italiana dopo il fascismo. Un progetto che sfumò con la guerra».
Si ricorda il fervore della nascita di Adelphi?
«La vivevo in casa. C’era un desiderio di innovazione, ma non mancava la prudenza. Era un progetto ambizioso: da considerare che mio padre non si è mantenuto con Adelphi per 25 anni».
Innovazioni e riletture, come quella di Nietzsche. Fu il pretesto per creare Adelphi?
«Quella fu un’altra storia ancora. Bazlen e mio padre pensavano alla nuova casa editrice da diverso tempo. Ma in quel periodo ci fu l’intuizione di Giorgio Colli: aveva capito che le carte di Nietzsche erano differenti da ciò che veniva propinato come La volontà di potenza. Era, però, una teoria tutta da dimostrare. E questo avrebbe significato un grosso finanziamento. Einaudi non se la sentì, mentre mio padre volle seguire l’idea di Colli, che infatti prese forma con Adelphi. I rapporti con Giulio Einaudi, comunque, non sono mai venuti meno. Sono sempre stati legati da una profonda stima».
Era un padre severo?
«Non severo. Piuttosto di una dolcezza distaccata».
Differenze tra voi?
«I gusti musicali. Voleva sempre ascoltare Mozart, mentre io ero fan dei Beatles. A metà anni Sessanta vennero a Milano e io volevo tantissimo andare al concerto insieme a mio fratello».
I vostri genitori furono d’accordo?
«No. Mia madre non volle mandarci e mio padre le diede ragione. Ma i biglietti, io, li avevo già comprati. A casa, durante una discussione sulla questione, a un certo punto Bobi Bazlen disse: “Ci vado io!”».
E ci andò veramente?
«Sì. Insieme al poeta Sergio Solmi. Due vecchietti circondati da ragazzine urlanti. Ma Bazlen, evidentemente, aveva già capito quale sarebbe stato il successo della band. Ancora mi brucia. Ma gli sono stata molto affezionata. Tanto che con Acquario Libri abbiamo dato vita a Bazleniana, un libro sulla terapia psicoanalitica dell’immaginazione attiva fatta da Bazlen insieme a Ernst Bernhard. Abbiamo inserito disegni autografi inediti, accompagnati dalle riflessioni di autori legati alla figura di Bobi».
Suo padre non ha vissuto la nascita di Acquario Libri. Se fosse qui, cosa direbbe?
«Sarebbe stupito. E, in seguito, mi chiederebbe: “Avete i finanziamenti?”. (ride). È stato un padre premuroso. Mi chiedeva sempre di chiamarlo, anche se mi trovavo dall’altra parte del mondo».
«Mio padre: sorriso timido, silenzi abissali»
La sua casa è permeata dello stesso fascino che avvolge lei. Giulia Boringhieri mi accoglie con un sorriso timido ma sincero, decisa ad affidarmi il racconto di suo papà. Paolo Boringhieri, indimenticabile figura del panorama editoriale, iniziò curando le Edizioni Scientifiche Einaudi, società che acquistò nel 1957 per fondare la propria casa editrice. Sosteneva: «Il nuovo umanesimo, l’umanesimo scientifico dell’epoca moderna, non può più permetterci di conoscere quello che dicono e pensano i filosofi, politici, artisti, ignorando quello che dicono e pensano gli scienziati». Su queste basi costruì il proprio progetto editoriale alle opere di Freud, Jung, Einstein e di tutti i maggiori scienziati del Novecento. Schivo, riservato, di origine svizzera e cultura protestante, sposò Eleonora Palici di Suni, donna colta, intelligente, di nobili origini. Giulia, la figlia, ha ereditato dal padre il rigore e la riservatezza, dalla madre l’indiscutibile eleganza.
Il ricordo di Paolo attraverso i suoi ricordi di bambina.
«Bisogna partire dai suoi silenzi che hanno segnato tutta la sua e la nostra, vita. Erano silenzi abissali, compensati dalla capacità di dire, al momento giusto, la cosa essenziale, con acutezza, e da uno humor straordinario, che condivideva con mia madre. Era un uomo del suo tempo, delegava a mia madre tutta la cura dei figli e della casa, ma il loro sodalizio era profondo. Io e mio fratello Gavino sapevamo che dietro ogni scelta importante c’era anche lui, sempre».
L’impegno con la casa editrice sarà stato pressante.
«Assolutamente. Ricordo bene le ulcere di cui soffriva regolarmente, frutto dello stress accumulato».
Da bambina aveva percezione della notorietà di suo padre?
«No, perché in casa non se ne parlava mai. Lo scoprii un giorno, a scuola, avevo circa 13 anni. Il professore di religione, richiamando l’attenzione della classe, mi chiese: “Giulia, vorrei che tu raccontassi cosa voglia dire vivere con un intellettuale della levatura di tuo padre, uomo che riveste un ruolo così importante nella cultura del paese”. Sorpresa, sbiancai, incapace di fornire una risposta articolata».
Quando scoprì tutti i meriti di suo padre?
«Tardi, non da lui che era alieno a ogni forma di vanto. Per esempio, solo dopo la sua morte scoprii che fosse in possesso del tesserino del Comitato di Liberazione Nazionale».
E sua madre?
«Stesso atteggiamento. Pur essendo una donna bellissima, di grande eleganza, considerava la vanità un peccato mortale».
Mai un elogio da parte di suo padre?
«Pochissimi, e per questo, i pochi che ricevevo assumevano un valore biblico».
Uno per tutti?
«Amava molto i miei disegni di bambina, che aveva appeso nel suo ufficio. Apprezzò la mia tesi di laurea, due tomi sul neopragmatismo americano».
Un giudizio negativo che non riesce a dimenticare?
«Nessuno, all’insegna della regola ferrea che vigeva in famiglia: non si parla male di nessuno. Questa estrema correttezza, forse, non mi ha aiutato nella vita, perché non mi ha preparata alla negatività del mondo».
Quante montagne ha dovuto scalare crescendo?
«Molte».
Perché suo papà vendette a Romilda Bollati, nel 1987?
«Per dare maggiore respiro economico alla casa editrice. Nonostante la crisi che negli anni Ottanta colpì tutto il settore, la Boringhieri continuava ad avere i conti in regola, grazie alla capacità imprenditoriale di mio padre».
Perché suo padre era un intellettuale ma anche un imprenditore…
«Sì, aveva una capacità imprenditoriale rara nel mondo editoriale, ereditata forse dalla sua famiglia, proprietaria dello storico birrificio Boringhieri. Contarono molto le sue radici: svizzere e protestanti. Ma la crisi dell’editoria era fortissima, e tenere in pedi la Boringhieri gli costava una fatica immane. Unendo le forze a quelle dell’ex collega einaudiano, Giulio Bollati, pensò di rafforzare l’azienda».
Suo papà, però, uscì presto dalla casa. Perché?
«Perché le cose non andarono come lui aveva sperato, secondo accordi».
Cosa fece dopo?
«Si dedicò agli studi di genealogia familiare. Il risultato è un’opera poderosa che ricostruì un pezzo di storia dell’intera Engadina e che depositò all’archivio di Coira. Come avesse vissuto questo passaggio, noi figli potemmo solo intuirlo. Personalmente, credo che avrebbe avuto ancora molto da dare alla cultura italiana».
Quali erano le sue grandi passioni?
«La montagna, la musica e la filosofia, che riteneva imprescindibile. Nell’ambito del suo lavoro fondamentali furono le figure dei filosofi Felice Balbo, Giorgio Colli e Michele Ranchetti. La montagna l’aveva nel sangue fin dall’infanzia, e la coltivò tutta la vita. La musica l’ascoltava a tutto volume in giardino, facendo tremare le foglie degli alberi».
Come descriverebbe suo padre?
«In parte, come lo descrivevano tutti: una persona speciale, di un’intelligenza fuori dal comune e di un’assoluta onestà intellettuale. Era capace di durezze improvvise, di scatti di collera: ma non in famiglia. Lì, regnava la tranquillità. Mia madre lo pacificava, come pacificava tutti. Papà non era una persona facile, aveva un suo mondo interiore che comunicava poco, quasi per niente. Ha fatto molti errori, come tutti, ma li ha fatti in buona fede. Quando lo rivedrò gli tirerò un po’ le orecchie...».
Parliamo del suo impegno in casa editrice.
«Ho tanti ricordi, per esempio di alcuni autori, come Rita levi Montalcini e Tullio Regge, a cena a casa nostra. Ricordo bene alcuni suoi stretti collaboratori come Anna Colli la caporedattrice, Renata Colorni la traduttrice delle Opere di Freud e l’amico consigliere Michele Ranchetti. Ricordo la cura che dedicava ai libri: coadiuvato da una splendida redazione, ambiva all’opera perfetta da tutti i punti di vista, compresi quello grafico e formale. Ricordo quando, tornando a casa, estraeva dalla cartella le sue ultime creature e ce le mostrava, orgoglioso».
Cosa ha ereditato da lui?
«Chissà! Forse la passione per il lavoro ben fatto? Quella che confina con il perfezionismo».
Un ricordo indelebile?
«Il suo sorriso. L’irresistibile sorriso d’un timido».
Cosa le è mancato?
«Forse qualche consiglio in più, qualche indirizzo di vita».
Una paura?
«Quella di sbagliare…».
Il racconto di Giulia è pieno d’incanto. Capisco il sentimento che l’ha spinta a ricostruire l’operato di suo padre e racchiuderlo nel libro Per un umanesimo scientifico, compito reso arduo dal riserbo che lo contraddistingueva.
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NOTA ALLE IMMAGINI
L'immagine con il logo originale della Paolo Boringhieri Editore è tratta da una pagina di Franchino Gaffurio Practica Musicae (una riproduzione digitale è disponibile a < http://www.bibliotecamusica.it/cmbm/viewschedatwbca.asp?path=/cmbm/image... [3] > . La fotografia dell'intervista ad Anna Foà raffigura il padre, Luciano Foà, in compagnia di Giorgio Colli (anni '70, Fondazione Alberto e Arnoldo Mondadori). La fotografia relativa all'intervista di Giulia Boringhieri è un dettaglio della foto di copertina del suo libro Per un umanesimo scientifico. Storia di libri, di mio padre e di noi, Einaudi 2012. L'ultima fotografia ritrare Giorgio Colli durante la traduzione dell'Organon di Aristotele (primi anni '50). L'immmagine di copertina è una composizione dei loghi Boringhieri (dalle copertine della collana Enciclopedia di autori classici) e Adelphi (dalle collane Piccola biblioteca adelphi e Sapienza greca).
Links:
[1] http://www.giorgiocolli.it/sites/default/files/foto_articoli/img-art-interviste.jpg
[2] https://www.giorgiocolli.it/it/content/una-enciclopedia-di-autori-classici
[3] http://www.bibliotecamusica.it/cmbm/viewschedatwbca.asp?path=/cmbm/images/ripro/gaspari/_A/A073/